Mostrate il Faro dell’Anima

‘Mostrate il faro dell’anima in tempi oscuri come questi.

Avete ragione a pensarla così. Le scintillanti fortune accumulate tramite atti terrificanti compiuti contro i bambini, gli anziani, la gente comune, i poveri, contro chi non ha potere, non ha difese, lasciano senza fiato. Eppure io vi incoraggio, vi chiedo, a voi, con gentilezza, non prosciugatevi lo spirito gridando al vento la fatica di vivere in questi tempi. Sopratutto, non perdete la speranza. Perché il fatto è che noi siamo nati per vivere in questi tempi. Sì, è così. Sono decenni che impariamo, sperimentiamo, facciamo pratica, ci alleniamo per questo. Stavamo aspettando di incontrarci in questo punto in questa storia. Io sono cresciuta sui Grandi Laghi. Conosco le navi e so dirvi se uno scafo resisterà alle onde. Se parliamo di spiriti consapevoli, nel mondo non ci sono mai stati tante navi nè abili naviganti come oggi. E sono navi cariche di provviste, di risorse, che possono comunicare tra loro più e meglio di quanto sua mai successo nella storia dell’umanità.

Spingete lo sguardo oltre la vostra prua : vedrete milioni di barche, di anime coraggiose, che navigano con voi. E se le plance tremano ad ogni onda in questa tempesta, vi assicuro che la prua, timone ed albero maestro vengono da una foresta più grande di voi. Legname forte, durevole, fatto per resistere ai venti, alle correnti, e per tenere salda la rotta, avanti tutta, nonostante tutto.

Sempre, nei tempi bui, si tende ad arrovellarsi su quello che non va, quello che resta ancora da riparare. Non dateci tutta la vostra attenzione. Si tende, allo stesso tempo, ad accasciarsi al pensiero di ciò che è al di là della propria portata, a tutto ciò che non si può fare. Non dateci troppo peso. E’ come sprecare il vento senza stendere le vele.

C’è bisogno di noi, sappiamo solo questo. Incontriamo resistenza, ma incontriamo anche coscienze più grandi di noi che ci danno il benvenuto, ci amano, ci guidano – e le riconosciamo al primo sguardo. Non hai detto che ci credevi? Non hai detto che avresti prestato ascolto a qualcosa più grande di te? Non hai chiesto una guida? Non ricordi che essere guidati significa accettare un destino al di fuori di noi stessi? Non sta a noi riparare il mondo, tutto di un colpo. Ma sta a noi allungarci a riparare quel pezzetto di mondo che riusciamo a raggiungere. Ogni cosa piccola, determinata e calma che può fare una coscienza per aiutarne un’altra, per sostenere un piccolo pezzo di questo povero mondo sofferente aiuta immensamente. Non possiamo sapere quale azione, fatta da chi, realizzerà la massa critica che cambierà la rotta, determinando un cambiamento durevole.

Perché il cambiamento sia profondo è necessario accumulare azioni su azioni, aggiungere, aggiungere ancora, perseverare. Sappiamo che non è necessario l’aiuto di ogni singolo essere umano sulla terra per portare pace e giustizia. Basta un piccolo gruppo, determinato, che non si arrenda alla prima, alla seconda, né alla centesima tempesta.

Una delle azioni più potenti e rasserenanti e potenti che potete fare per intervenire in un mondo in tempesta è stare in piedi e mostrare la vostra anima. Un’anima sul ponte nei momenti bui risplende come l’oro. La luce dell’anima lancia scintille, emette bagliori, fa segnali di fuoco, attizza ciò che è appropriato. Mostrate il faro dell’anima in tempi oscuri come questi – essere tenaci e mostrare compassione verso gli altri – sono entrambe azioni di immenso ardimento e grandissima necessità’.

(…)

(Clarissa Pinkola Estes)

 

Curiosità e Simbiosi

M se la è vista brutta.

Un antibiotico la ha mandata all’ospedale con un collasso cardiaco.

Ma oggi era in forma. In grande spolvero davvero. Non la vedevo da più di un mese e mezzo. E di cose ne sono accadute, davvero molte.

Più scavo più mi accorgo che la sua visione di terapeuta e filosofa è necessaria, oggi più che mai, per le domande che mi pongo.

‘Come è possibile non vivere un rapporto di coppia senza sentire che il rapporto con l’altro è necessario per completare la tua vita? Diventa un qualcosa di asettico, di impossibile: non più chimica, non più sensazioni ed emozioni, non più mani che sudano e voce che trema. Non più darsi, e ricevere.  Se l’Altro rimane Altro e distaccato da me, una sua finestra sul mondo che vede cose diverse dalle mie, cosa rimane dell’Amore? L’Amore che salva e redime non esiste? E’ una proiezione di un nostro bisogno per risolvere dinamiche di vita personale? Bene. D’accordo. Ma allora, cosa rimane? Cosa è? Come si coltiva? Come si può vivere l’Amore se è solo distacco dall’Altro?’

‘Vede’ , risponde M, ‘per il bambino la madre non è altro da sè. Madre e bambino sono tutt’uno. Sono un essere unico. La madre è necessaria , essenziale. Sono in Simbiosi. Totale. Man mano che il bambino cresce la Simbiosi si scioglie. L’individuo che cresce impara che l’Altro è Altro. E’ una scoperta dolorosissima. Mi creda, davvero dolorosa. Nell’adolescenza l’Individuo diventa Io. Da quel momento ogni relazione con un individuo è sempre con un individuo che è Altro. Non più Simbiosi : Altro. E’ qua la maggior parte della sofferenza delle persone. Accorgersi di questo. Cercare di ricreare una relazione simbiotica in vita adulta. Ogni relazione simbiotica in vita adulta è un grave errore, ed è destinata a fallire. E si è destinati a soffrire per questo. Si tenta di riprodurre la relazione simbiotica con la madre, una relazione che non esiste più. QUEL VUOTO, QUEL DOLORE LONTANO ED ANTICO, NON LO RIEMPIE PIU’ NESSUNO. Nessuno esternamente a noi può avere la responsabilità ed il compito di farlo. Lei stesso non può cambiare il passato. E’ passato’.

(…)

L’incontro con l’Altro deve essere una scoperta dell’Altro. La curiosità di volerlo conoscere, questa è sì essenziale, indipendemente da quanto l’ Altro voglia conoscere te. Conoscere il mondo dell’Altro, il suo universo. Tenendo a mente che è come leggere un bel libro, che ci affascina : questo non ci dice mai quello che vogliamo noi. La relazione nasce allora quando anche l’Altro vuole scoprire di cosa parla il tuo libro interiore. E ‘ LA CURIOSITA’ IL MOTORE, NON LA SIMBIOSI. La sfida vera è riuscire a metterlo in pratica.

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Il Ritorno di Ulisse

Sto guardando un quadro di Giorgio De Chirico, Il Ritorno di Ulisse.

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Ulisse in barca che rema su uno specchio d’acqua come fosse un tappeto del salotto di casa, forse la sua. Dietro di lui una porta aperta. La vede? Sta andando lì? O sta girando a vuoto? Che succede? Cosa mette in scena De Chirico? Non è facile decifrare i suoi segni.

Nell’Odissea Ulisse riesce a ritornare a Itaca dopo lunghe peripezie. Per Itaca rinuncia alla bellissima Calypso ed all’immortalità. Ritorna. Uccide i Proci, riabbraccia il figlio Telemaco, ritrova l’amata Penelope. Si riprende ciò che è suo, dopo mille travagli. A casa, finalmente, a casa. The End? E vissero tutti felici e contenti ? No. Ulisse riparte.

Ritorna e riparte. Se ne va. Lascia tutto e riparte.Ma cosa lo spinge a farlo? Perché?  Forse in casa si sentiva imprigionato? La nostalgia della tempesta? Nostalgia del cuore e dell’anima in tumulto, anche se finalmente a casa e circondato da chi lo ama nel caldo tepore del rifugio? Ulisse sei vecchio! Ulisse sei stanco! Non fare pazzie Ulisse! Fermati ! Ma chi te lo fa fare! Fermati! verrebbe da urlargli.

Ma lui no : riparte. Un inquieto, cazzo. Non riesce a stare fermo. Nostalgia della sua barca, delle sue peripezie, dei suoi viaggi? Non riesce proprio a farne a meno?

Il termine ‘Nostalgia’ fu coniato da un medico nel 1678 per descrivere la sofferenza dei soldati svizzeri quando restavano troppo tempo lontani dai loro campi. Fu introdotta la pena di morte a chi intonava ‘Il Canto degli Alpeggi’ fra le truppe. I soldati disertavano. Voglio tornare a casa! urlavano . Ulisse vuole partire, ma non per tornare a casa. Insegue ciò che gli manca, continuamente. Dolorosamente.

Nostalgia : dal greco Nostos, il ritorno, Algos il dolore. Il dolore del ritorno. Interessante. Dolore non del ricordo, ma dolore del ritorno. Ritorno in un luogo che non c’è, o che è stato. Si ritorna là con la mente. E se ne soffre perché nell’immediato non si può. Un cortocircuito. Un anacronismo della mente. Come l’Ulisse in barca del quadro. Fuori luogo. De Chirico sembra voler sovrapporre nel quadro due sfere ben distinte. Quella del presente (la casa) e la nostalgia del passato (il viaggio in barca). Non ha tregua l’Ulisse del quadro. Non conosce requie : non arriverà mai a casa . Una nostalgia lo perseguita, sempre.

Buddha e l’Oriente avvertono che è necessario guardarsi dentro per trovare la quiete interiore. Kundera che ‘la nostalgia è la sofferenza dell’ignoranza’ (immagino significhi che si è nostalgici perchè non sappiamo cosa realmente cerchiamo, come Ulisse). Borges invita Ulisse a scuotersi e ripartire, romanticamente, alla Byron : (…) ma dov’è quell’uomo /che nei giorni e notti dell’esilio/errava per il mondo come un cane/e diceva che Nessuno era il suo nome? Kavafis, nella sua bellissima poesia ‘Itaca’, suggerisce che Itaca era solo un pretesto per il viaggio, un viaggio di nome ‘vita’.

Forse, come dice un bravo giornalista di nome Mauro Bonazzi, la nostalgia ‘non è dei luoghi, ma di noi stessi : di quello che siamo, di quello che pensiamo di essere stati e di quello che vorremmo diventare. E’ in cerca di se stesso che Ulisse riparte’. La psicanalisi ci viene in soccorso. E quel diavolo di De Chirico con la psicanalisi ci sguazzava, e non poco!

Mi viene da pensare che forse il quadro suggerisce che questo viaggio interiore potrebbe anche essere semplicemente fra le pareti di un stanza, senza attraversare le colonne d’Ercole. O forse le Colonne d’Ercole bisogna attraversarle ancora una volta, e proiettarsi verso l’esterno, e rimettersi alla prova, come Ulisse dopo il ritorno a Itaca.

Sono davvero molti i temi e gli spunti offerti dal ‘Ritorno di Ulisse’. La bellezza dell’arte. E della psicanalisi.

Certo, sono riflessioni che mi sorgono spontanee perché, attraverso il quadro, sto riflettendo su alcuni temi portanti della mia vita. Sono di nuovo in viaggio, ho mollato gli ormeggi. Non mi muovo al momento, il viaggio lo preparo, lo ricerco, lo penso, gli do tempo per maturare, vorrei prendere il mare leggero, al momento giusto. Il primo passo , il più importante, credo di averlo fatto : ho scaricato le zavorre ed i problemi di chi non ha voluto seguirmi, di chi non è salito a bordo, dopo una lunga attesa. Adesso che sono più leggero ci vuole calma.  Devo solo capire quale tipo di viaggio dovrò intraprendere. Senza fretta. La nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere passerà, lo so.

So per certo che stavolta vorrei approdare in un posto nuovo, un posto con più luce e più serenità della vecchia ed ombrosa Itaca che mi sono inesorabilmente lasciato alle spalle.

 

Lettera ad una Donna

Buongiorno A,

Mi dispiace per le maleparole dell’altro giorno. Ma ho necessità di allontanarti, in modo netto e definitivo.

Hai ragione, c’è astio e melma, e risentimento. Questa situazione per me è diventata un tritacarne. Da tempo. Quindi stop.

In questo ultimo anno mi sono proiettato in una relazione con una persona particolare e bellissima : tu a Firenze. Voi tre a Firenze. Avrei potuto diventare parte della tua bellissima famiglia . Lo volevo. Ma così non è stato. Erano più le volte in cui mi sentivo solo che le volte in cui mi sentivo il tuo compagno, colui col quale condividere, nel giornaliero, nella realtà.

La ragione è lentamente divenuta ovvia. C’era un padre di mezzo a noi, una ‘separazione’ che tra te e lui non è mai avvenuta appieno. E sai benissimo di cosa parlo.

Su  questa  tua strana ‘giostra’  ho deciso di non starci più. L’unica che poteva metterci un pò di ordine eri tu, ma non lo hai fatto. C’è un padre che dà serenità alle tue figlie, e la loro serenità per te viene in assoluto prima di ogni altra cosa. Essendo il padre divenuto finalmente presente in un modo propositivo e positivo, il resto è diventato un bonus . In quel ‘resto’ io ho deciso di non identificarmi più. Basta briciole. Erano briciole, credimi.

Io so che tu non sei così perchè sei una persona cattiva o malvagia, tutt’altro. Purtroppo però le regole della vostra ‘giostra’ non ammettono altra relazione vera con un uomo che non sia il padre delle bimbe.  Non credo a te vada bene così, ma accetti questo stato di cose, quindi in fin dei conti ti va bene, per le tue ragioni. Ma è un tritacarne per chiunque altro entri e provi a creare una relazione con te.

E’ un processo difficile lo so, ma se abbiamo fallito è perchè una vera separazione tra te e F nella realtà dei fatti, nel giornaliero, non c’è, non esiste. Credo anche che la prima vittima della vostra giostra senza regole sia proprio tu. Ma a te sta bene così, ed avrai di certo le tue ragioni. E’ una scelta tua. Ma non la mia.

Ti scrivo questa lettera perchè spero che tu capisca che la mia scelta non è dettata da quello che tu chiami la mia ‘voglia di libertà’, ma da fatti e da precisi comportamenti visti e vissuti continuativamente nel corso di un anno a Firenze, con pochissimi cambiamenti. La mia libertà , da quando siete arrivate a Firenze, l’ho messa in gioco appieno, credimi. Ma non ha funzionato per dinamiche esterne alla mia persona.

Per quanto tutto questo mi faccia dispiacere e tristezza non ha davvero senso per me rimanere in un contesto di relazioni tra ‘ex’ di questo tipo. F è una presenza molto forte nella tua vita, in un modo che va ben oltre quella del suo ruolo di padre delle vostre bimbe.  Lo sai fin troppo bene che è così. Questo anno a Firenze lo ha per me evidenziato in modo lampante.

Io però devo andare avanti per la mia strada . Queste vostre dinamiche adesso non mi riguardano più. E prima me le lascio alle spalle meglio è. Se da un lato mi sento più leggero perchè era diventato davvero opprimente e paradossale stare in tutto questo, dall’altro è dura, perchè voi tre siete tanto davvero. E, come te d’altronde, ci avevo investito molto da un punto di vista emozionale.

Però, almeno in questa prima fase, devo lasciarvi alle spalle e proseguire nella mia vita. Intendo farlo. Lo sto facendo.

Prima della fine del mese lascerò dentro il tuo portone le tue cose. Ti avviserò. Non credo filtrerò attraverso F. Non mi sembra proprio il caso.

Tanta gioia, per te e le tue meravigliose bimbe.

S

La Domatrice di Vulcani

Patologia

Il termine deriva dalla lingua greca πάθος, pathos, “sofferenza” e -λογία, -logia, “studio”. Patologia, nel gergo corrente medico, è anche sinonimo dotto di malattia, sia dell’uomo che degli animali o delle piante.[1]
Il presupposto epistemologico al concetto di malattia è che nelle alterazioni dello stato di benessere delle persone esistano delle situazioni ricorrenti …

Perche’ , chiedo a M , le mie relazioni finiscono sempre nello stesso modo? La mia sofferenza si ripete sempre allo stesso modo. Fa paura. All’inizio va tutto bene poi subentra un graduale allontanamento, lento , inesorabile. puntuale. Lei cambia, lei si raffredda, lei si allontana. Inesorabilmente. Eppure qua le premesse per un bel rapporto c’erano tutte. Finalmente una vita nella stessa citta’, finalmente la possibilita’ di condividere un giornaliero, con calma iniziare ad intessere un condiviso insieme, finalmente un po’ di routine dopo due anni di lontananza e di soli weekend. Ma niente. Neanche stavolta. Un altro fallimento. Perche’? Ancora una volta le stesse reazioni. Perche’? Dove sbaglio? Perche’sbaglio? 

Era questa la domanda che mi ero gia’ posto qualche mese fa, quando la mia relazione con A era sull’orlo dell’abisso. Ed avevo iniziato a pressarla per richiederle attenzione, presenza ed interesse, per richiedere qualcosa in piu’ per ‘noi’, per cio’ che credevo fosse importante per ‘noi’. Come sempre avevo fatto in passato. Ed ancora puntualmente erano poche le risposte sensate che tornavano indietro, che mi aiutavano a capire, poche risposte razionali. Solo vaghezza. E molto dolore, molta tristezza, immensa, profonda, cattiva.

Allora ho iniziato a forzami ad espellere questo corpo doloroso dalla mia vita. Ho iniziato ad odiare, a creare odio. Per aiutarmi, per uscirne, per creare un alibi e lentamente espellerla, sradicarla dalla mia vita. Giorno dopo giorno, ogni ora, ogni minuto in cui restavo solo. La ho pensata cattiva, la ho pensata calcolatrice, opportunista, vigliacca, troia, ne ho cercato tracce e prove nelle sue azioni, le ho volute trovare, con un vulcano dentro che eruttava fuoco puro, cattivo, distruttore, incandescente , letale. Dolorosamente.
Ho fomentato odio per colei che mi respingeva, odio per colei che non spiegava, odio per colei che avrei voluto come compagna, ma che non mi voleva come io avrei voluto, senza dare spiegazioni plausibili , logiche. Odio mentale per l’amore che avrei voluto e che non mi veniva concesso. Ancora una volta…

Era successo con F. Era successo con D. Era successo con S. Sta succedendo con A. Perche’?
Nel caso si S si trattava di vera Stronza, quindi poco da dire. Ma F e D si comportarono proprio come A adesso. Cosa ho fatto? Perche’ io mi ritrovo a commettere gli stessi errori, perche’ queste dinamiche negative e distruttive ancora una volta? Perche’ mi ritrovo a vedere un film gia’ visto, con lo stesso finale, ma con i protagonisti femminili sempre diversi? E’ un incubo che mi sta condizionando pesantemente la vita ormai.

Dico ad M che voglio capire. Le chiedo aiuto. Sono stanco di soffrire sempre per le stesse ragioni. Ogni volta e’ come un lutto. Un lutto. E’ troppo per me. Non ce la faccio piu’.

Ed M parla.
Sipario … silenzio … azione. Parole, tutte molto precise, incisive, esatte. Bisognerebbe clonarla questa donna.

E’ difficile parlare di queste cose. Bisogna che emergano in superficie, al momento giusto. Lei e’ in evidente sofferenza ed ebollizione. In superficie sono finalmente salite cose delle quali si puo’ parlare perche’ lei adesso le sente, sono vive. E’ difficile parlarne quando sono dentro, nascoste. Si rischia di non capirsi. Adesso so che mi puo’ capire. Lei sente , lei ascolta, lei sa di cosa parlo.

E’ un veleno quello che lei sta immettendo nel suo sistema, e’ veleno puro. Non le fa bene e non fara’ bene alle sue relazioni future. Non butti via quello che di bello c’e’ stato tra lei ed A. Non lo faccia. Non anneghi la parte bella della sua storia con A. Non le fa bene. Lei deve disintossicarsi da questo veleno. Per il suo bene. Deve finire questa storia in modo dIverso. Non ci si puo’portare dentro un sacchetto di rabbia e odio. Li porta con se’ e li immette in quella che sara’ la nuova relazione. Lei vorra’ dalla nuova storia cio’ che non ha avuto da questa. E’ gia’ un fardello che pesa, fatto di odio e di risentimento. In partenza. Si liberi di questo , lo faccia, cambi il suo atteggiamento. Per il suo bene e di chi verra’…
(…)
Le dinamiche si ripetono sempre perche’ lei sente il costante bisogno di una verifica di se stesso nell’amore. Sente il costante bisogno dell’apprezzamento dell’altro. Altrimenti lei sente di non esistere. Ma non e’ possibile. E’ difficile che l‘altro dia sempre conferme . A volte e’ difficile dare conferme a noi stessi, si immagini. Anche l’altro ha il suo fardello , non si puo’ addossare anche questo. Ognuno ha i suoi bisogni, le sue necessita’, la sua vita, i suoi tempi. Siamo tutti esseri unici…

(…)

Quando non le viene dato cio’ che vuole , Lei pretende il costante apprezzamento dell’altro, insistentemente. Come gli adolescenti. Ma se per un adolescente questo puo’essere comprensibile per un adulto diventa patologia. E’ difficile riconoscerla questa patologia. Lei lo ha fatto. Adesso deve guardarla bene e …
… DEVE SMETTERE DI DARE ALL’ALTRO IL COMPITO GRAVOSO ED IMPOSSIBILE DI IDENTIFICARLA.
LEI E’ SOLO LEI , QUALUNQUE COSA LEI FACCIA.
LEI HA GIA’ UNA SUA IDENTITA’. LEI E’ LEI. E LEI SA PERFETTAMENTE CHI E’ LEI STESSO, SI CONOSCE ABBASTANZA MI CREDA…

(…)

A fine sessione esco sereno , in pace con me stesso, con la mia vita, conscio dei miei errori. Fatali a volte. Ma tant’e’. Sento che qualcosa si e’ mosso in una direzione nuova. Vedremo. Ma so che qualcosa e’ successo dentro di me con quelle parole… smettere di dare all’altro il gravoso compito di identificarla

Il messaggio di M e’ arrivato forte e limpido. Cristallino nella sua logica e purezza. Positivo. Pacifico. Sereno. Costruttivo. Invita a fare cio’ che mi riusciva fare bene molti anni fa. Vivere con gioia e serenita’. Vivermi con gioia e serenita’.

Il vulcano che sputava veleno e’ domato, si e’ spento, di colpo.
Ha smesso di eruttare veleno.

Un amico ha chiamato M colei che disperde le nuvole. Non sono nuvole, ma vulcani .

M : la domatrice di vulcani.

Non saro’ mai abbastanza grato a questa donna immensa.

Mai.

Stasera, il Canto del Muezzin

Il classico zapping l’altra sera.

C’era un evento particolarissimo , che avrei dovuto seguire, la partita con la Juve, che per un fiorentino doc come me teoricamente sarebbe imperdibile. Ma poi l’occhio e’ caduto su un film, visto e rivisto piu’ volte. Cast Away, con Tom Hanks. La Fiorentina faceva faville a Torino, ed io invece sul visto e rivisto che vince sul memorabile ed estemporaneo. Quel film pero’ mi ipnotizza, sempre. Niente posso quando c’e’ Cast Away in TV. Potrebbero trasmettere anche la caduta in diretta del Governo Renzi e della sua banda. Ma Cast Away….!!

Ne parlo con M, le emozioni di quel film sono davvero forti. Per me. Magari per altri da me un filmetto. A mia madre per esempio mette ansia.

E’ finzione si sa, ma una finzione che scatena qualcosa di profondo, dico ad M . L’idea di essere letteralmente scagliato in un ambiente totalmente nuovo, selvaggio, in completo contatto con gli elementi della natura senza nessun tipo di aiuto se non quello derivato dal caso, e dover sopravvivere quando niente nessuno sa dove sei , e’ un incubo. La storia di un uomo, in totale solitudine, che gradualmente affina i sensi e le capacita’, ed attraverso la sofferenza si adatta, lentamente, e sopravvive, su una piccola isola deserta. Non come Robinson, no. Veramente solo. Deve adattarsi, deve farsi violenza, deve riconsiderare tutto, o muore. Questa idea dell’adattamento all’ambiente in situazioni difficili mi affascina oramai da molti anni , e mi ha fatto interessare alle tecniche di sopravvivenza dell’uomo primitivo. C’e’ un inglese che e’ un maestro in questo, il grande Ray Mears. I suoi programmi televisivi trasmessi a suo tempo sulla BBC sono per me pezzi unici , storici. Ray va in giro per boschi ed ambienti d vario tipo, e si immerge completamente nel luogo, osserva e si adatta.  Per ogni pianta elenca una serie di usi che l’uomo primitivo ne avrebbe fatto. Con questa corteccia di albero si puo’ fare cordame, con questa si puo’ impermeabilizzare una volta bollita, con questa pianta si possono fare cerotti, questo fungo e’ ottimo per trasportare il fuoco (!!!) , questo frutto e’ davvero buono da mangiare ed e’ gratis, questo no, e’ velenoso, un rifugio per la notte  si puo’ costruire cosi’, stando attenti a questi elementi esterni, la linfa delle piante e’ un toccasana, ma attenti a non prenderne troppa, e rispettare l’ambiente nel quale vi trovate. Ray enfatizza un aspetto meraviglioso delle sue attivita’ : deve sempre sembrare che lui da li’ non e’ mai passato, non lascia mai traccia di se stesso nella natura. Solo cosi’ la natura si rinnova e dona di nuovo i suoi frutti. Un guru .

Ma non si ferma li’. Con l’aiuto di laboratori, di docenti universatari e di analisi di carotaggi fatti nel terreno in profondita’ (gli inglesi in queste cose sono davvero imbattibili) cerca di immaginare un probabile ambiente di migliaia di anni fa, e capire i possibili usi di tutto cio’ che avrebbe potuto esserci. Mi avvicinai a Ray Mears guardando un altro film, ‘Into The Wild’, dove il protagonista , che sceglie di vivere senza niente in Alaska,  riesce ad uccidere un alce per cibarsene, ma non sa come affumicare la carne per conservarla, e si ritrova in inverno senza cibo. In uno dei suoi programmi il grande Ray fa vedere cosa avremmo fatto in queste circostanze migliaia di anni fa, quando eravamo senza frigorifero , e magari senza sale. Mi affascino’ subito.  Semplice, diretto, in totale sintonia con l’ambiente, una sintonia per noi totalmente perduta. In cento anni abbiamo perso una mole immensa di informazioni e di conoscenza dell’ambiente che ci circonda. Piante rocce fiori animali : un mistero per noi oggi. Solo capaci ad approvvigionarci al supermarket. Senza elettricita’ e riscaldamento saremmo perduti, la nostra civilta’ occidentale si estinguerebbe in pochi anni. Una evoluzione strana. Completamente distaccata dall’ambiente circostante. Ed il personaggio di Cast Away vive proprio questo dramma.

Qualche giorno fa ho conosciuto un tipo meraviglioso, un ex metalmeccanico. Era un convegno di archeologia, lui aveva un piccolo stand vicino alla sala principale delle conferenze. Faceva vedere come l’uomo primitivo avrebbe costruito una punta di lancia, un accessorio per pulire una pelle o un coltello , partendo da un blocco di pietra, sbozzandola lentamente, colpo su colpo . Spiegava che la roccia deve essere di un tipo particolare, che si trova solo in tali ambienti e non in altri, e che ci sono tecniche precise per distaccare pezzi piu’ o meno grandi a seconda dell’uso che se ne vuole fare. Con un colpo cosi’ su quest’angolo si ottiene un pezzo grande (bang!) con un colpo cosi’ si ottiene un pezzo piu’ piccolo (bang!). Ecco qua, vedete? Si lavora poi in questo modo su questo lato e non su questo, perche’ su questo lato si puo ‘ fare questo, perche ‘ qua su quest’altro invece si potrebbe farne questo, e da questo lato invece … C’erano esperti che uscivano dal convegno, e rimanevano basiti nel vedere che questo signore metteva in pratica cio’ che loro studiavano solo sui libri. La chiamano Archeologia Sperimentale. Il tipo mi ha visto davvero interessato e mi ha regalato un pezzo di selce ed un acciarino fatto da lui per fare le scintille e fare il fuoco, una sorta di accendino il medievale. Ho cercato la selce per molto tempo nella mia zona, senza mai trovarla. Ma pensa te :  un metalmeccanico in pensione di Pistoia. Lo chiamano a fare convegni in tutta Italia. Il protagonista di Cast Away ha avuto mille difficolta’ col fuoco. Lui ne ha fatto uno in un minuto, con due pezzetti di legno. Un mito.

Facevo presente ad M che cio’ che mi sorprende di piu’ del film e’ la capacita’ del regista di saper rappresentare un aspetto credo essenziale del film  : il cambiamento interiore vissuto dal protagonista.

Al suo rientro a casa, dopo anni in solitario sull’isola, si trova in un ambiente che non e’ piu’ il suo. E’ profondamente cambiato, in modo definitivo. Solo gli affetti non lo sono, ma il resto del suo mondo interiore lo e’. Lui non e’ piu’ quel lui che gli altri ricordano. Lui e’ diventato altro, e non riesce piu’ a calarsi nel suo vecchio mondo, recuperare il suo vecchio io. Sceglie di non farlo. Tra uomo primitivo a uomo moderno ci sono troppe differenze, sono richieste personalita’ troppo diverse. Non puo’ resettarsi, e tornare ad un mondo esterno che detta tempi ed orari, stili di vita, hobbies, patterns preconfezionati. Opta per continuare a sopravvivere, giorno per giorno, completamente calato nel momento ed alle necessita’ del momento stesso. Amo la fine del film, dove il protagonista si ferma ad un incrocio di strade , e si guarda intorno, con calma, senza ansie su cosa sara’ e cosa succedera’ in questo nuovo momento della sua vita. E’ tutto possibile, e’ tutto aperto. Forse domattina la marea portera’ qualcosa di nuovo, dice. L’avro’ visto dieci volte questo film, e questo finale, questo aspetto psicologico di distacco e serenita’ mi emoziona sempre. E’ una vittoria, silenziosa.

M mi ha lasciato parlare a cascata . Si sofferma sul cambiamento del protagonista nel film , che ritiene un aspetto importante. Mi chiede come mi sento quando viaggio, come mi sono sentito quando ho affrontato viaggi lunghi e protratti nel tempo. Ci penso bene. Poi lentamente mi sovvengono emozioni lontane, di grandi difficolta’ all’inizio e di grande rilassatezza .

Ci vogliono almeno quindici giorni per me per iniziare il viaggio vero e proprio, per settarmi sul nuovo ambiente, per avere le antennine dritte e pronte, ed andare in scioltezza. E’ una sorta di pellegrinaggio interiore. Sembra quasi che prima mi debba liberare di qualcosa dentro, di un peso inutile, e poi inizio. E’ un processo sempre difficile. Bisogna che mi passino dentro diversi uragani prima di andare sereno nel viaggio. Ma poi arriva quella sensazione bellissima di giustezza. Due mesi di India fatti cosi’ qualche anno fa sono stati davvero una sorta di pellegrinaggio interiore. Un mondo diverso dal tuo e’ come uno specchio amplificatore di chi sei tu veramente. Non fu facile, ma il risultato fu bellissimo. E l’ho rifatto piu’ volte sulla base di quella esperienza.

Certo , risponde M, cambiando contesto cambia anche la nostra personalita’. Provi ad immaginarsi le difficolta’ che hanno avuto i nostri lontani antenati quando dovevano migrare per necessita’ per migliaia di chilometri. Questa capacita’ di adattamento e’ rimasta nel nostro DNA, ed e’ una componente essenziale che ci ha permesso di sopravvivere. Nel viaggio in mondi nuovi si scatena lo stesso meccanismo : quello del cambiamento personale necessario alla sopravvivenza. Lei ha messo in moto qualcosa di profondo e di arcaico nei suoi viaggi in solitario in India, un cambiamento della sua personalita’ necessario al nuovo ambiente ed alla nuova situazione ambientale, un meccanismo che si e’ resettato una volta ritornato nel suo ambiente. Cosa che il protagonista del suo film non puo’ fare : in quel caso il cambiamento era troppo profondo ed estremo per poter resettare. Lei pero’ ama ritornare a casa, nel suo covo, come lo chiama Lei. Ed ama la sfida che quei viaggi le danno. Temporanea, ma di sfida si tratta. Lei lo fa, si espone, ne ha per certi aspetti paura, ma sa che i benefici che ne trae sono enormi. In termini di esperienza. Ci sono persone che solo l’idea li atterrisce, li inorridisce. Mai potrebbero. Diciamo per concludere questo nostro incontro che in questo periodo quella sfida Le manca moltissimo.

Ed ha ragione da vendere .

Sto partendo per il Marocco. Sono elettrico. Per lavoro , solo qualche giorno. Un aperitivo di viaggio, poca roba.

Ma non vedo l’ora di sentire al tramonto il canto di preghiera del muezzin.

Alllaaaaaah aqbar allaaaaaaah ….!!!

Ciò Che Si Perde, Ciò Che Si Trova

Con M si parla di consapevolezza.

Il guru indiano diceva che la ‘consapevolezza del proprio corpo’, il ‘development of awareness’, e’ l’origine della consapevolezza e la calma della mente. Il punto di equilibrio lo cerchi nel corpo, diceva, perchè oggi è la mente lo strumento di lavoro più usato, non più il corpo. E’ il corpo che devi imparare a conoscere meglio nel mondo moderno, con calma, col respiro. Col corpo non dobbiamo più andare a caccia per procurarci il cibo, dobbiamo invece usare sempre la mente e spesso solo quella per far fronte alle nostre necessità. E’ la mente la parte più usurata e sotto stress. Un mese nella giungla indiana a fare uno yoga lentissimo per capire cosa intendesse Sharat per sviluppo della consapevolezza del corpo, per risvegliarlo e metterlo in contatto in una mente quieta da pensieri ed ansie. Ascoltare il corpo rilassa la mente. Un mese meraviglioso.

Con M si parla di consapevolezza nell’uso della tecnologia.

Tecnologia che occupa spazi che prima erano dedicati ad altro. In tv ieri guardavo Troisi in ‘Ricomincio da Tre’ ed i personaggi del film utilizzavano solo la cabina telefonica per comunicazioni a distanza. La cabina telefonica! Erano 30 anni fa lo so, ma io vivevo appieno quegli anni. Oggi le persone sono cambiate, a causa dell’invasione di spazi di vita giornaliera che prima erano altro.  E non ci vengano a raccontare che la scelta esiste. Esiste, ma è difficilmente praticabile. Ci hanno condizionato. Abbiamo scelto di essere condizionati. Negli anni ‘80 ridevo degli americani con i quali parlavo. Sembravano capaci di conversare solo parlando di ciò che era passato il giorno prima in tv, o sull’ultimo show di moda su questo o quel canale cablato. Tutta la loro esperienza di vita vissuta era filtrata dalla tv. Si relazionavano e conversavano in base a ciò che passava in tv. La loro identità era mediata dalla tv. Trenta anni fa. Adesso rido di me e di noi, che gli assomigliamo molto. Con qualche rara eccezione nelle conversazioni con qualcuno che mi tengo ben stretto. L’Arte, la Musica, la Letteratura, il Cinema in formato analogico saranno la nostra unica salvezza. Voglio vedere chi si mette a fare CSI New York o l’Isola del Famosi in formato VHS. La merda non può essere retroattiva.

Con M oggi si parla di consapevolezza dei sentimenti.

Della mia consapevolezza di quanta stabilità e serenità abbia portato nella mia vita l’ingresso di A con le sue due bimbe. Dell’aver finito il lungo lavoro della stagione con molta stanchezza addosso, ma anche con serenità. Serenità portata nella mia vita da questi tre gioielli di donne. A. e le sue pupe. Che gioia!

Tutto molto bello. Discorsi molto belli. Tudo joia, tudo beleza, come diceva un mio amico brasiliano. ‘Ma smettiamola di farci i pompini a vicenda’, come diceva invece un personaggio di Pulp Fiction. Nell’orgia di ‘consapevolezze’ odierna infatti, M ha trovato il modo di toccare uno dei miei punti nevralgici, un punto dove la consapevolezza non c’è, quando invece ci dovrebbe essere. In un altro post questo punto nevralgico lo ho chiamato il Sommergibile da Uno. Ed oggi uno di questi M lo ha centrato in pieno. Bummmmmmm! Ci vado apposta no?

Me la sono cercata, va detto. Ho chiesto ad M come mai tanta bella consapevolezza mi rende però sempre succube di situazioni che so essere nocive per il mio corpo e per la mia mente. Il cibo e la tv, sopra tutto. Non sono capace di usarli in modo intelligente. Ne abuso, non li uso in modo strategico ed intelligente. Io uomo, voi oggetti. Dovrei essere io ad averne il controllo. Ma cosi’ non è. Anzi, sembra proprio il contrario.

L’analisi di M è stata impietosa, precisa, cristallina, impeccabile.

‘Io credo che Lei non si voglia abbastanza bene’ mi ha risposto M come se niente fosse, quando le ho chiesto cosa potessi fare. ‘Lei non si lascia andare, lei vuole sempre essere legato ed ancorato, al sicuro, lei non molla la sua ancora, la vuole. E si’ che ne ha fatti di passi in avanti da quando abbiamo iniziato, la sua ancora la ha allentata e non di poco. Ma non la molla. L’immagine che ho di Lei è di una persona che potenzialmente può fare dei voli lunghissimi e meravigliosi, una capacità che davvero pochi hanno, per natura e sensibilità. Lei però si vuole ancorare a terra, per essere in grado di ritornare indietro, per trovare la via ritorno. Come entrare nel labirinto col Filo di Arianna. Dà sicurezza entrare nel labirinto col Filo di Arianna. Si perde qualcosa però facendo cosi’. E’quel qualcosa è ciò che a Lei manca, e Lei lo sa. Badi bene : la sua scelta è razionale e perfettamente comprensibile, da elogiare direi. Però Lei sa che in questo modo perde qualcosa di essenziale. E l’insoddisfazione che ne deriva la estrinseca cosi’, con l’abuso di elementi esterni rasserenatori. Non si vuole abbastanza bene. Lei sente di tradire un pò la sua natura.

Sotto attacco. In due mosse e due parole difesa scardinata. Morti gli Alfieri, le Torri se la sono data a gambe. Re sotto assedio.

Elaboro.

‘Si’ , è vero’ , rispondo,‘ non mi voglio abbastanza bene , altrimenti non farei cose che so essere nocive per me. Farei solo cose che fanno bene al mio corpo ed alla mia testa, e non sempre le faccio, anzi. Ha ragione. Ma devo anche dire che oggi alla soglia dei 50 anni non posso fare le esperienze che facevo quando avevo 20 anni. In giro per l’Europa di allora, negli Stati Uniti, Brasile, India … Oggi sento la necessità di condividere le esperienze di viaggio anche con un’altra persona. Da solo mi sono rotto, non c’è gioia se si è sempre da soli. Mi sono rotto le scatole di volarevolarevolare sempre da solo. Viaggio da solo da quando avevo 15 anni. Scappai di casa a 20 anni per andare a vivere a Barcellona. Partimmo in due in Panda, ed andammo in Catalogna a cercare lavoro. Quante volte da allora ho desiderato condividere le gioie dei miei viaggi con qualcuno. Li ho fatti lo stesso, anche da solo, certo. Spesso però scappavo. Viaggiavo e scappavo da mille cose delle mia vita. Oggi voglio vivere più serenamente. Il treno dei lunghi viaggi solitari e delle scelte bizzose è passato. Ho scelto di essere in una relazione con una donna che ha due bimbe piccole, e le adoro tutte e tre! Sono felice di farlo e di averle incontrate. Mi danno stabilità. Vorrei anche comprarmi un tetto da mettermi sulla testa. E per farlo devo lavorare. Ho la fortuna di farlo in ciò che so fare meglio: comunicare. Alcune sono scelte molto in contrasto con la mia natura, lei ha ragione. Sono ancorato a terra quando la mia natura è quella del viaggiatore che vola lontano. La sto tradendo? Forse è vero. Forse mi tradisco, e ne soffro. Ma ho vissuto molte insicurezze da giovane nella mia famiglia di origine ed ho deciso di non ritrovarmi a vivere le stesse da adulto. Incertezze di tipo economico e di stabilità emozionale. Per questo lavoro e faccio quanto posso per il mio progetto di vita. Per me, per A e per le sue pupe. Ma sopratutto per me. Questa è la seconda parte della mia vita. Dai 50 in poi. Viaggerò ancora certo. Col lungo filo e con l’ancora attaccata. Ma mi sta bene cosi’. 

M ascolta. E mi sbaraglia. Cristalli in frantumi. Unghie sulla lavagna.    

‘Ottimo’, risponde M. ‘Ottimo. Siamo condizionati da molti fattori, interni ed esterni,  connessi alle nostre scelte. E’ vero, e’ bene che se renda conto. E’ bene che lo sappia. Ottimo. E’ importante prendere consapevolezza che dentro abbiamo delle spinte che ci portano lontano, secondo la nostra natura. Ma allo stesso tempo dobbiamo essere consapevoli del pericolo che c’è in questo. E se Lei persegue la strada che ha intrapreso oggi allora vuol dire che Lei ha scelto, e vuol dire che c’è stata libertà di scelta. E’ stato libero di farlo. Questa, e solo questa, è libertà. Lei è libero di fare o non fare. Ma è libero di scegliere.

Questo discorso di M mi fa sentire come se sbattessi contro una massiccia porta a vetri. Che c’era, che avevo messo io, ma che non consideravo tale. Come il famoso ed intangibile ‘Sommergibile da Uno’ che sembra invisibile ed introvabile, ma che M con fare quasi ribaldo fa saltare fuori, con un guizzo. Adesso passa un pò di spray sulla massiccia porta a vetri, me la fa vedere. E mi dice : Guarda che ce l’hai messa tu in mezzo alla tua vita, non qualcun altro. Te ne rendi conto? E’ stata una scelta tua.

Lei mi informa. Mi dice che ho scelto tutto io, annessi e connessi. Condizionato da fattori esterni, interni, bisogni, necessità, desideri, certo, ma la scelta è stata solo e solo mia. Mi invita a riflettere , a prendere coscienza di ciò. Ignorando le spinte che vorrebbero portarmi eternamente lontano oltre la massiccia porta vetri, ad un certo punto però ho scelto altro, di puntellarmi, in assoluta libertà. E mi invita a trarne le debite conclusioni. Quali? Beh sta a me e solo a me decidere se continuare a ritenermi insoddisfatto per qualcosa che io stesso ho voluto, che voglio, e che perseguo. Se so di volerlo, allora perchè farsi male? Non mi viene imposto da nessuno. Si tratta di essere consapevoli. Nessuno mi obbliga. Si tratta di scelte. Di scelte libere. Ma è necessario avere consapevolezza di tutto ciò.

Sembra banale, ma per me oggi non lo è stato. Per niente. Ho preso coscienza della mia libertà di aver coscientemente posto un limite alla mia libertà. Ufffff.

Ricordo che Hemingway invece non ne voleva sapere di rinunciare alle pericolose spinte che lo portavano lontano. Non voleva massicce porte a vetri di mezzo. Diceva che nei cambiamenti radicali il rischio aumenta con l’età : risk increases with age. E infatti continuava alla grande ‘Papa Hemingway’. E quando non poteva più quello che voleva e sapeva fare, quando non poteva più vivere quella vita che era la principale fonte di ispirazione dei suoi capolavori, decise di metterci fine. I suoi libri sono stati ispirazione e gioia dei miei anni passati in scorribande per Francia, Spagna e Portogallo. Ci si fermava in fila alla dogana delle frontiere, ti timbravano il passaporto, si cambiavano le lire in franchi, pesetas ed escudos. Si telefonava a casa da strane cabine telefoniche con mille strane fessure, grande fatica per prendere la linea, e d’estate c’era sempre la fila. Poi mille spiccioletti diversi in giro per le tasche e non si capiva più quali usare. Tornavo a casa e li mettevo nel portacenere, dove rovistavo dopo qualche mese prima di un altro viaggio, cercando di capire cosa era di dove. In giro per l’Europa e sembrava di stare in giro per continenti esotici. Cambiavano le lingue i paesaggi le persone l’architettura dei palazzi il cielo. Perfino l’altezza delle nuvole era sempre diversa. D’autunno nel Sud della Francia sulla strada provinciale per Montpellier erano sempre bassissime.

Sono passati trent’anni anni da allora ed è cambiata l’Europa, come sono cambiato io. Diversamente dall’Europa di oggi, io voglio credere di essere cambiato in meglio.

Allora mi sentivo alto, biondo, atletico e con gli occhi azzurri. Mi sentivo.

Oggi mi basterebbero 5 chili in meno, ad essere ottimisti.

Ed il ritorno al VHS.

 

 

 

 

No Reset

Buonasera, piacere rivederla. Come va?

Come va … va bene … e’ da un punto di vista filosofico che potrebbe andare meglio‘, rispondo.

Eh gia’ ” , dice M ‘ , ‘la mediocrita’ sarebbe la soluzione. Basterebbe essere mediocri e tutto va benone. Ma per alcuni cosi’ non e’.

Mi trova d’accordissimo, ma penso che non mi sono ancora messo a sedere e lei gia’ spara col bazooka.

Mi ritrovo a parlarle di un film che ho visto in TV qualche giorno fa, nel quale un uomo prova a salvare l’Umanita’ dagli alieni, e tutte le volte che fallisce muore e si risveglia sempre all’inizio della storia, e riprova, riprova, seguendo mille variabili e cercando di fare ogni volta un passo in piu’ rispetto alla volta precedente, di migliorare. Nel film mi aveva colpito il fatto che rivivendo la storia e provando a migliorare cio’ che aveva fatto la vita precedente, il protagonista finisce col concentrarsi solo sul suo scopo finale, che e’ la salvezza dell’umanita’ . Le piccole cose , i dettagli , la stupidita’ delle persone che lo infastidivano all’inizio, con l’aumentare dei tentativi e delle vite vissute diventano prima rumore di fondo, poi il nulla totale, come se quasi non esistessero. Questa cosa mi faceva riflettere’, perche’ nella vita in effetti spesso ci soffermiamo a dare importanza a cose che, a distanza di anni, ci accorgiamo che sono davvero solo rumore di fondo. Nella vita ci vuole tempo. Ma Dante lo diceva :  ‘Non ti curar di loro / ma guarda e passa’ .

‘Piacerebbe provare anche a me mille e mille volte. ma a noi umani non e’ dato avere questa possibilita’ ‘ , aggiungo.

‘No, a noi no. Ma cosa e’ che la disturba? ‘ mi chiede M.

‘Niente di particolare’, rispondo, ‘ E’ solo che a volte mi sento in qualche modo in trappola. Mi sono costruito una vita intorno ed a volte ho la sensazione che non sia quello che volevo davvero, bensi’ una gabbia. Quindi l’idea di riprovare da un certo punto in poi un’altra volta e ancora e ancora mi alletta, quella di provare e riprovare a vivere la vita seguendo ogni volta una delle tanti variabili disponibili. Sto arrivando alla soglia dei 50 anni, e mi chiedo se sono davvero dove volevo essere. Oggi, cosi’. Noto che in questi giorni spendo solo per mangiare fuori e per il gasolio alla macchina. Stop. Mi chiedo se davvero accantonare un po’ di grasso per l’inverno valga davvero la pena di consumare un altro giorno, mese, un altro anno di vita. Mi viene il dubbio che mi stia ingannando da solo. Mi piacerebbe resettare come nel film e vedere se con un’altra variabile sarebbe andata meglio.  Mi piace l’idea.  

M scrive. Quando scrive ho la sensazione di avere sbagliato qualcosa. Come dal dottore. Beh, anche lei e’ un dottore, ma di un luogo strano, fatto di pulsanti accesi e spenti, di nuvole e di venti che mi identificano perfettamente. Io li intuisco, lei li capisce. E me ne parla.

Mi chiede come va col lavoro, se sono riuscito ad uscire da una situazione che lei qualche mese fa defini’  ‘fangosa’, che necessitava azione ed attenzione, molta attenzione. Le rispondo che ne soffro un po’ ancora, ma che mi sono attivato per andare oltre, per disinnescarla. E che va gia’ meglio.

Mi chiede come va con A, e rispondo che sto bene con A, che mi fa piacere vederla piu’ spesso ora che si e’ trasferita, aiutare lei ed il padre delle figlie nel trasferimento in citta’,  e che le sue due bimbe sono per me una gioia immensa quando le vedo e stiamo insieme. Mi piace l’idea di una comunita’ di persone che ruota intorno alle bimbe di A, una comunita’ che vive vicino a me, della quale faccio parte.

Bello il suo uso della parola comunita’, dice M . Bene, devo dire che il suo percorso e’ stato soddisfacente, e’ stato un bel percorso di vita. Adesso, visto che e’ alla soglia di una eta’ importante, e’ arrivato per Lei il momento di ascoltare per bene anche l’altro S  (cioe’ io) , quello nascosto, quello sotto la superficie, quello nel profondo. Questo e’ il momento di iniziare a mettere le basi, i mattoncini per il domani. Cosa le dice S, quello che sta sotto sotto?  

Non so perche’,  ma questa cosa del S sommerso mi sconvolge un po’. E chi e’ questo S sommerso?

Come si immagina Lei? Come si vede veramente ? mi chiede M, interrompendo il flusso miei pensieri?

Io mi immagino agreste, le rispondo (Questa cosa dell’agreste vedo che la colpisce, e si mette a ridere, e sinceramente sorprende anche me, nella scelta dell’aggettivo).  Io mi immagino nel verde – continuo –  nella natura, tra gli alberi, tra il frusciare del vento tra le foglie, sul verde dei prati, ad annusare il profumo dei funghi, della foresta. Mi immagino davanti al fuoco , al caminetto, a buttare dentro la legna, a guardarne la luce ed assorbirne il calore l’odore , mi immagino lungo il fiume a correre al tramonto, gli alberi riflessi nell’acqua, a contemplare la qualita’ della luce del sole che scende. Dove ci sono io che sta bene c’e’ anche verde, c’e’ connessione con la natura, una connessione profonda assoluta totale. 

Che sensazione le da tutto questo? Lo esprima con una parola sola, solo una, mi incalza M .

Non ho dubbi : ‘ Gioia.’  Anzi meglio: ‘Fusione’. Fusione totale.

Eh gia’ ,  fusione,  sottolinea M . Ma Lei non ha mai sviluppato un modo per esprimere questa fusione con tutto questo colore, questa bellezza, queste sensazioni? Che ne so , dipingere, scolpire, non so, ha mai trovato o cercato un modo per esprimere fuori da lei tutte queste sensazioni appaganti?

No, le rispondo sicuro. Vede per me queste sensazioni non sono duplicabili, in alcun modo. Sono belle perche’ sono temporanee. La fotografia mi affascina, il disegno mi astrae da tutto, ma niente riesce a duplicare le sensazioni e la forza delle natura intorno a me nel momento in cui la vivo. Niente. E’ una sensazione di appagamento totale, completa. E non sento neanche il bisogno di replicarla. Solo viverla e’ gia’ un premio. E’ un fatto temporaneo , immenso ,  che si manifesta quando e’ necessario. Non si puo’ fissare, ne’ replicare in modo artificioso. Lo snaturerei. Ma guardi, non solo la natura mi da e mi ha dato queste sensazioni uniche. C’erano giorni in cui i libri mi portavano in vetta al mondo, in cui ogni millimetro del mio mondo interiore era appagato, anzi si espandeva. E’ quello che mi manca, oggi, un mondo interiore che a volte si espande e si appaga. Prima succedeva spesso. Ora no.  A volte sono molto triste per questo. Ho poco tempo per questo mondo interiore oggi,  poi quest’inverno tutto il tempo che voglio. E non funziona per niente, perche’ mi abbrutisco.

La vedo riflettere e poi pacatamente prende la parola. E mi tocca corde profonde, come nessuno sa fare. Con cortesia, delicatezza, intelligenza, rispetto, attenzione. Ma e’ cosa nota. Questa donna conosce la mia natura in modo profondo, incredibilmente profondo, e sa come rivolgersi ad essa. Lo sa, e mai nessuno prima di lei lo ha saputo fare cosi’ . I miei venti ed i miei pulsanti per lei non sono un segreto. Non e’ un guru : e’ un mago.

Non lo faccia. Non si abbrutisca. non lo faccia. Sarebbe uno spreco per una sensibilita’ come la Sua. Lei ha la fortuna di sapere cosa la ricarica, cosa la fa stare bene. E’ una fortuna grande, lo sa? Non molti sanno cosa e’ bene per loro. La mancanza di queste cose a lungo andare la impoveriscono : qua deve stare molto attento. Non le declini, le coltivi piuttosto. Lo faccia, in tutti i modi.  Lei ha nelle sue corde la possibilita’ di coltivare quello che le da’ queste gioie immense, anche nei ritagli dei ritagli di tempo, anche nella stanchezza. Lo ha gia’ fatto nella vita, lei sa che puo’ farlo ancora tutte le volte che vuole.

E faccia attenzione. Malgrado tutto se finiamo per non ascoltare noi stessi, e non fare quelle cose che ci fanno bene, possiamo davvero arrivare lentamente ad uno stato di morte : una morte spirituale. Lentamente, ci si arriva. Ed e‘ una morte ben peggiore di quella fisica, perche’ si e’ ancora vivi. Non ceda mai alla pigrizia. Non lo perda quel tempo. Quella e’ la vera morte. Ci si arriva cosi’.  Lei ha la fortuna di sapere dove sono le sue fonti di energia. Sarebbe un peccato sprecarle. Sarebbe uno spreco, sarebbe uno spreco enorme. E’ un grande pericolo. Stia attento.  

Quando M impone attenzione sa di cosa parla. Non usa mai la parola ‘attenzione’ a caso.

Sa che la nostra realta’ fatta di televisione e artificialita’ alla lunga, giorno dopo giorno ci impoverisce, impoverisce le nostre qualita’ di esseri unici ed inimitabili, la nostra essenza, ci rende piu’ poveri, dentro, dove non si vede. Lo sentiamo. Lo avvertiamo. Lo sappiamo. Ma lo ignoriamo. Ci facciamo intrappolare dal rumore di fondo, come il personaggio di quel film nei primi tentativi in cui provava a risolvere il conflitto. E perdiamo di vista le cose fondamentali della nostra esistenza, le nostre capacita’. Ci snaturiamo.

E’ un monito importante quello di M. Attenzione. Ci vuole attenzione. Bisogna fare. Non farsi distrarre. Pensare meglio arricchisce, che e’  il contrario dell’impoverirsi derivato dalla pigrizia, dalla mediocrita’.

Lei si e’ costruita in salotto la sua cesta piena di libri comprati e mai letti. Proprio li’ , accanto alla TV.

Me ne ha passato uno, sorprendente. Su di un uomo del Quattrocento che parlava le lingue e viaggiava. Il maestro di Pico della Mirandola. Sembra interessante.

Camminando pensieroso verso casa sentivo il calore del sole sulla pelle, e mi dava piacere. Mi sono fermato al semaforo, e mentre la gente attraversava ed aspettava, sono rimasto li’,  cinque minuti, ad occhi chiusi verso il sole , a sentire il sole di ottobre sulla pelle. Pensavo alle parole di M, e poi il pensiero e’ corso verso un libro letto molti anni fa, una biografia di un imperatore romano di una bellezza inaudita, scritta peraltro da una donna di una altra epoca. Che libro!

Ho riaperto gli occhi e ho ripreso a camminare, il calore intenso del sole sulla pelle e sulla fronte.

Sempre pensieroso. Ma oggi un giorno davvero niente male.

Non lo resetterei.

 

 

 

 

 

 

 

       

Immersi nell’Oscurita’, circondati da Luce

(Da alcune pagine di un diario bruciato, scritto tra il gennaio 2005 ed il marzo 2007)

Durante riunioni di lavoro e cene varie , normalmente in localita’ prestigiose, mi piace a volte ritirarmi dietro le quinte. Mentre gli eletti vengono nutriti, un altro mondo di formiche umane non conosce riposo o spreco di energia. Esse sono azione in forma pura, azione prolungata a volte per lunghe ore di lavoro, spesso per pochissimi denari. E’ il mondo dei camerieri, dei coordinatori del catering, degli assaggiatori di cibo e degli chef. Questi non possono e non devono stare troppo a lungo sotto le luci della ribalta. Quella e’ per altri. E’ per le folle dei dottori e congressisti, o per le mogli dei top manager, davvero un curioso genere umano queste, i cui sogni si realizzano solo in funzione alla capacita’ dei mariti di sopravvivere al Lavaggio del Cervello del CentroCongressi, dove LaCompagnia mette in scena lo show principale. Ed il marito manager acconsente. Perche’ senno’ … chi paga?

(…)

Il mondo dietro le quinte. E’ quel mondo nascosto che invece affascina me, la cui colonna sonora e’ composta dallo sbattere di piatti forchette uniformi occhiate scarpe lucide gomiti bestemmie e sincronie impensabili. Tutto ben lontano dagli occhi della Sala Principale. Poi una volta oltrepassata la porta di confine la colonna sonora diventa eterea, aggraziata, cortese, gentile. Plebe accondiscendente al cospetto del feudatario … si’ signora … prego signora … ne desidera ancora? … non si preoccupi … io sono qua apposta … dica pure … ma certo ! Ecco : tutto quello stridere di movimenti di stallieri dietro le quinte li’ nella Sala Principale diventa altro, e diventiamo tutti Buffoni di Corte. Il Feudalesimo non e’ mai morto!

(…)

Tutto cio’ mi fa ricordare di un maitre di un albergo di Chianciano Terme che usava parole cortesi ma in modo freddo, come fossero coltelli affilatissimi. Lo si vedeva negli occhi che il tono della mente non corrispondeva a quello della voce. La sua cortesia era un continuo ‘Vaffanculo’, ma col sorriso. Lui pero’, da gran signore, dava solo del ‘Lei’, anche a distanza di anni di conoscenza. Un vero professionista. Aveva costui ragione da vendere:  si gode di piu’ quando si sorride e si manda mentalmente qualcuno a quel paese usando il ‘Lei’, che con il ‘Tu’ ‘. ‘Vada a fare in culo’, sibilato e sorridente. C’e’ anche distacco. Gran classe davvero.

Io per conto mio non posso mai rimanere troppo a lungo al tavolo dove il cibo e’ solo convenzione sociale. Non mi sento a mio agio. Se il cibo deve essere un alibi per il fatto di non avere niente da raccontarci , allora meglio soli a pane e cipolla. Preferisco. Cerco quindi sempre una scusa per andarmene a curiosare in cucina e andare a controllare che vada tutto bene. E’ il mio lavoro, a volte. Ma mi da l’opportunita’ di entrare nel mondo degli ‘altri’ , di nascondendomi in un angolo, ed osservare. E’ uno stato di puro privilegio quello dell’osservatore distaccato in una cucina a pieno regime. Non in un mondo, non nell’altro : in mezzo. Liminale. Solo la’ trovo cibo appropriato, e un sereno riposo mentale.

Ma non per molto. Quando i piatti tornano dalla sala dei DottoroniCongressisti troppo spesso ho visto tonnellate di cibo di grande qualita’ buttato via, a volte senza essere stato neanche toccato. “Era troppo”, dicono spesso. Che vuoi farci : LaCompagnia vuole il troppo, pretende il troppo, e lo paga in contanti.  Adesso non possiamo farne piu’ niente : dobbiamo buttarlo. Stuzzichini divini, bistecche enormi, formaggi di prima qualita’, dessert cremosi, insalate sublimi … il meglio del meglio : diretto nella ‘monnezza’. Lo chiamavano Taylorismo. il Big Mac deve strabordare dal panino, le patatine devono fuoriuscire dal contenitore. L’Abbondanza deve vincere su tutto. E poi …

…nell”immondizia…

… nell’immondizia…

… nell’immondizia …

Davanti a tutto questo la  mia mente qualche sera fa e’ tornata  alla poverta’ ed alla disperazione vista in Brasile anni addietro, in un orfanotrofio dove bimbi da 1 mese ai 4 anni venivano nutriti con niente. Mi ha riportato alla casa di Rita , la tuttofare brasiliana di casa mia quando vivevo a Salvador Bahia. In quegli anni avevo la filippina, ma brasiliana. All’epoca io ero un’altra persona.

(,,,)

Una volta la accompagnai a casa in macchina, perche’ i bus non andavano. Quando arrivai da lei mi accorsi che la sua casa era di quattro mura di fango messe li’, un tetto di ferro ed un buco in terra per il WC, nascosto dalla camera da letto grazie ad un lenzuolo strappato a penzoloni. Per un anno intero non mi ero mai chiesto lei dove vivesse, chi fosse la sua famiglia. Me ne ero sempre fregato. Lei preparava il cibo e stirava le mie camice. Io pagavo, e poco. Stop. La sua vita e le sue difficolta’ erano solo problemi suoi. Io volevo starne fuori. Nell’ambiante dove lavoravo all’epoca le persone come Rita erano considerati selvaggi che ‘se sono poveri una ragione ci sara’ : e’ solo colpa loro’ . Quel giorno quando arrivai a casa sua le mie paure per il suo mondo sconosciuto e sotterraneo e selvaggio vennero tutte fuori. Dove sono? pensai. Cosa sto facendo qua? Queste persone vivono come animali! Ne usciro’ vivo? Volevo andarmene al piu’ presto.

Avevo una paura fottuta. Ero in uno dei quartieri poveri di Salvador Bahia di allora, Jardim Nova Esperanca si chiamava la zona . Nel 1994 era un posto bello tosto, non so oggi. Per strada vidi bambini che cercavano cibo in immense e fumose discariche di rifiuti. Oggi queste immagini sembrano quasi normalita’ in tv. All’epoca vedere dal vivo una cosa simile e respirarne gli odori fetiscenti fu per me uno vero cazzotto nello stomaco. I Giardini della Nuova Speranza. Assurdo.

La famiglia di Rita mi dette il benvenuto, calorosamente, e si presentarono tutti, uno ad uno, stringendomi la mano. Dopo un po’ tirarono fuori dalla panca di legno corrosa un bicchiere di vino rosso ed un pezzo di pane. Lo misero sul tavolo, per me. Forse non avevano cibo neanche per loro per quella sera, ma quel vino e quel pane erano per me. Era dato col cuore. Questi pensieri mi vennero fuori dopo. Li’ per li’ ero confuso, tramortito, inebetito dalla forza di quello che stava accadendo intorno a me e dentro di me.

Gradualmente qualcosa di altro dall’estetica del posto stava venendo fuori, lentamente ma in modo netto. Cominciai ad osservare. I bimbi erano sdentati, ma puliti e felici. Camicie e vestiti erano strappati, ma lindi. Nell’aria si respirava un profumo di pulito, di fragranza anche delicata. Il piccolo era un ridere continuo , ed era circondato da affetto ed amore. Anche lui profumato e sereno. Erano sorridenti, tutti. E sul tavolo il Pane ed Il Vino. Biblici. Sacri.

Non mi aspettavo questo. Volevo fare qualcosa. Ma non sapevo cosa.

Per loro tutto cio’ era naturale, vivevano la propria condizione di poverta’ con decenza e calma, con naturalezza. Ed io mi sentivo colpevole di tutto cio’, mi sentivo come una bestia bastonata dal senso di colpa.  Mi forzarono quasi a bere e mangiare: ero l’ospite, che diamine! Io opponevo resistenza per non privarli di cibo. Ero per giunta andato da loro a mani vuote. Una bestia, tale mi sentivo.

Rita sorrideva. Era felice che fossi li’ , dalla sua famiglia, insieme ai sui cari. Ed io li’, imbarazzato, giovane uomo viziato proveniente dal Mondo dell’Opulenza, dei bianchi ‘, dei ‘gringos’.  Avevo cio’ che volevo : soldi, gnocca facile, la macchina, la faccia di cazzo di chi ha e non apprezza cio’ che ha. Chi se ne fregava del resto? Eh gia’.

Dovevo entrare nella casa di Rita in un sobborgo di Salvador Bahia per imparare cosa significasse la parola  : Dignita’.

Dignita’ . Erano poveri ma avevano dignita’ da vendere,  e quella nessuno poteva portarla loro via. Nessuno.

Oggi, beh, oggi vedo questo cibo buttato nell’immondizia come una offesa alla dignita’ umana e un atto di immensa ipocrisia, la bestia nera che lentamente erode tutto.  Ci fregano con il Go Green e con le Fondazioni per le lotte ai Mali di Tutti i Tipi … e poi buttano via il cibo. Il cibo! E’ pura ipocrisia. E’ offesa, e sacrilegio. E’ offesa al Pane ed al Vino, al bimbo profumato che indossa la camicia strappata, e’ offesa alla Dignita’ umana. Cosa e’ successo alla Dignita’ delle azioni e delle parole?

(…)

Uscii dal mio nascondiglio della cucina, ed insieme e due ragazze che lavoravano li’ afferrammo due borse che riempimmo di tutto il bendiddio possibile, compreso di posate di argento puro e cristalli per il vino rosso doc. Ci dirigemmo verso la stazione centrale, dove i senza tetto normalmente passano la notte. Ci porto’ li’ un autista del Grande Circo che aveva temporaneamente spento le luci. Erano li’, tutti sul marciapiede laterale, intenti a preparare il letto strappato e le mille coperte. Ci videro arrivare con due sacchi giganteschi di cibo. Dapprima non se ne curarono.

‘E’ cibo ottimo’,  dissi avvicinandomi.

‘Grazie’, rispose uno di loro . ‘Lascialo qua’, aggiunse.

Lo guardai un attimo quasi impaurito dal loro avvicinarsi in gruppo, come per aspettarmi un assalto, che invece non avvenne. Il tipo mi sorrise. “Lascialo pure li’, lo divideremo tra breve. Qua siamo una famiglia, sai ?” .

Siamo famiglia!

Non so se poi sia davvero sempre cosi’, anzi lo dubito. Pero’ ritornando a piedi verso casa quella notte ripensai a tutti i ricordi, pensieri e riflessioni che quella lunga giornata aveva evocato. Ed erano molti.

All’improvviso mi venne in mente una frase di un libro del grande Kapucinski  che diceva : “Viviamo immersi nell’ Oscurita’ , circondati dalla Luce”. Camminando nel freddo mi venne improvvisamente da sorridere, felice. Tutti quei ricordi e pensieri avevano presero forma e corpo in quella frase.

Nelle riflessioni e ricordi di quella giornata, a distanza di anni dall’averla letta, avevo finalmente capito cosa intendesse Kapucinski.

 

Contro l’Oblio : “From Lord Brahma to the Pakistani Border”, 2 gennaio 2005

Il server mi comunica che le emails in archivio tra breve non saranno piu’ disponibili, e verranno cancellate. Salvale, mi dicono.

E’ un vecchio account. Lo storico primo indirizzo email, fatto nel 1997 o 1998 . Forse prima.

Ci sono delle mails di viaggio che non posso perdere in quell’account.

Le prime emails sono in inglese, scritte nell’ inverno del 2005 ( il primo viaggio in India) per i molti amici in Inghilterra e Stati Uniti che avevo all’epoca. Mi aveva lasciato la mia giovane amante inglese, lei 22, io 40. Facemmo sesso 90 volte in 90 giorni , e sempre con orgasmi strepitosi. Lei molto cool, molto inglese, molto bella. Io molto coglione. Ero uscito a pezzi. Mi posi l’obiettivo di fare sport perche’ mi faceva bene, e ripresi gli allenamenti di karate per prendere la cintura nera. In 5 mesi di allenamento duro ce la feci, dopo 23 anni di pratica. Dopo qualche giorno partii per l’India, carico e vitale.

Iniziai la mia avventura nel freddo di Delhi e finii nel caldo di Goa un mese dopo, per decomprimere prima di tornare a casa. Passai per Jaipur, Ajmer, Pushkar, Jaisalmer, Gwalior, Agra, Varanasi e Palolem . Tutti nomi che per me hanno assunto i contorni del mito. Ho perso purtroppo la prima email che scrissi dopo l’arrivo a Delhi e dopo la prima notte di non-sonno a Pahar Ganj, il folle mercato della citta’. Una mucca aveva muggito sotto la mia finestra tutta la notte. Ero delirante. Completamente spaesato e perso in cio’ che credevo fosse la manifestazione piu’ prossima alla follia ed al caos totale mai vista. In un rickshaw ad un semaforo pensai di essere davvero in un altro pianeta quando mi trovai incastrato tra due elefanti giganteschi adibiti a trasporto legname su una regolare via di transito cittadina, ad una spanna da me, su un taxi a pedali spinto dall’essere umano piu’ magro che avessi mai visto. Dove ero? Cosa facevo io li’? Perche’ io?

Le emails del secondo viaggio in India, due mesi strepitosi l’anno dopo , nel 2006, sono invece in italiano. Il secondo viaggio fu diverso, come sempre diversi sono e saranno i viaggi in India, mai uguali l’uno all”altro. Ritornai a Varanasi ed a Jaipur, dove , col mio amico M , noleggiammo due moto e girammo un po’ per il Rajastan. Ha scritto Moravia in un bellissimo libro : “Non c’e’ mai un secondo o un terzo o quarto viaggio in India. C’e’ solo il primo, e l’ultimo.”

Quello fu ancora un ‘primo viaggio’. Ma la’ e’ sempre un primo viaggio. Ogni volta.

Non posto questa lontana corrispondenza per nostalgia o per avere la certezza di avere vissuto. Per niente. Posto per archivio , per non perdere. A volte negli anni i ricordi si fanno sbiaditi e molti ricordi vengono perduti, mentre altri rimangono piu’ vividi e forti . Ho fatto altri viaggi in India, e questo blog ne e’ anche testimone, ma specialmente i primi due per me sono stati davvero speciali, una forma di pellegrinaggio interiore molto forte ed intenso.

I post che seguiranno restano quindi fedeli allo scopo fondamentale di questo blog,  quello della ricerca dell”Oro dell Tigri’, dei tesori che espandono ‘la medida de mi tiempo‘, la misura del mio tempo. E questa corrispondenza per me lo e’.  E’ vissuto, vissuto in viaggio, in adorazione e contemplazione del mondo e della vita.

Per parafrasare il grande Constantinos Kavafis : cosa altro si puo’ desiderare?

S

FROM LORD BRAHMA TO THE PAKISTANI BORDER – January 2nd , 2005

(…) The road from Jaipur has taken me at first to Pushkar, 15 km northwest of Ajmer.  According to the legend Pushkar came into existence when Lord Brahma, The Creator, dropped his lotus to earth from his hand: and Pushkar magically appeared.  Hindus visit Pushkar all year around, to dip in the redentory waters of the lake. There is one particular day when bathing is believed to relieve devotees from all sins and the circle of reincarnation: the nights of full moon. As a consequence all meat and alcohol is prohibited in town, all restaurants are strictly vegetarian. This does not prohibit the use of drugs (like Bhang Lassi, something like a yogurt made with marijuana leaves: I’ve seen westerners wandering around in an ecstatic state for days!) or opium, particularly fashionable with the many Israelis traveling around India.

??????????The night I arrived in Pushkar was, for a strange coincidence, a night of full moon in the desert. It was the right time to be there, the best one . Flocks of pilgrims were bathing in the sacred lake, at moonlight, near one of the 52 pure white temples built by 52 maharajas through the centuries. Bells rang endlessly all night. It was hard to sleep that night. There is always something unexpected happening at night in India.  But what a vision that lake was! A green gem in the middle of the desert surrounded by pure white buildings, and big steps leading down to it, on all sides. Pushkar Ghats is the place where Mahatma Gandhi was cremated. Sacred to many , not just to Hindus. Sadly though, most of the city is a big market, where everyone offers a falsely genuine ‘Good morning, sir: how are you today?’ mostly to attract your sympathies and sell you something. There is a lot of pressure on the lonely traveler from local merchants everywhere you go in India, but especially in the North, like here in Rajastan. It’s the tourist season, but reducing Pushkar and its strong spirituality to mere commerce, it’s very sad. Probably tourists coming to Italian towns think the same of the many souvenirs shop in Rome or Florence or Venice…

In Pushkar I have been also ‘baptized’ Hindu. After having baptized Buddhist in New York City , and Catholic a long time ago in Florence, I have added another step to the way to Salvation. Just in case. Very curiously my Catholic baptism was the one for which I didn’t have to pay anything. Funny. The Hinduist red mark above the nose (the tilak) and the colored bracelet around the wrist called ‘the Pushkar Passport’,  enable tourists to go around city and steps leading to the lake without any hassle by those who want to sell you a ‘Hinduist baptism’. It costs 25$: a fortune in India. If you do not have a ‘passport’ and tilak, Pushkar is tough. They stop you every 30 seconds to give you one. If you want to reach the huge steps to the lake or rooftop views of the lake from restaurants and hotels ( the only quiet places in town) you really need tilak and passport. I ended up never washing my face for a few days to prevent my tilak from fading out.

I escape??????????d the Israeli opium smokers besieging my small Pushkar hotel room after a few days. Reached Jodhpur after 7 hours by bus: it was only a 140 miles ride through the desert on a regular bus, which means wooden seats only. It was tough. We stopped along every single village on the way, and most of the people I met had never seen a westerner before. Dust everywhere, and incredible poverty. Some of those faces I still see in my head. Elders with no teeth walking around, very thin children, women covered with dirt. I was torn between the joy of the unique adventure I was living, and the efforts for survival those people made daily, day after day, in such remote areas. Holiday for me , survival for them .

My aim was to reach the city of Jaisalmer, near the Pakistani border, another 140 miles west. I arrived there after another 8 hours by bus, under an incredible sand storm which lasted one full day. To my disappointment I could not go spend New Years’ Eve in the desert, as it was in my plans. The alternative was a small party on the rooftop of the place I was staying, where I fell in love with a young Israeli of 22 years old who had just completed military service at home (and that must be another tough life experience). We entered the New Year facing the incredible medieval fortress of Jaisalmer, under the desert stars, the rising moon behind the fortress, and a large fire to warm up our cold bones. I will rememebr that for long : a great way to begin the New Year, indeed.

In Jaisalmer I have seen something I hadn’t seen anywhere: justice in action. A drunk idiot was driving at full speed with his jeep in the Main Market street (10 feet large) at rush hour in the evening. He kept going and going, hitting people and bikes and kids. Besieged inside his jeep by a furious crowd he was?????????? then taken out by the hair, he and his friends, immobilized on the floor, after the windows of his jeep had been totally smashed. I thought they were going to hang them there and cook the bodies for New Year’s Eve. When I turned back to the road where it all happened, his jeep had simply vanished. Just in 30 seconds. Good spare parts, I imagine. Both of the guys who were in the car (still immobilized by the mob pulling their hair down) were taken away by two different cars, stretched out in the back, and the feet of their guardians on top of their heads. Tough. Do not know what happened to them, but nothing good for sure. The guy next to me who had just arrived asked me in English what had happened. we started talking , and he ended up being Italian … and an Italian from Florence!! We agreed on not talking to each other, and we left, walking in opposite directions, ignoring each other.  We did not travel that long to the reach the border between India and Pakistan to meet someone from our own town. Hell no!

Hei guys, the way to Varanasi is very long now: it is on the other side of the Indian subcontinent r 2000 and more miles from here. How long will it take? No idea. ‘Navigation at sight’ was my philosophy before getting here. I guess it pays off much more here than back home. Day by day. And slowly. No choices, you have to slow down here. No rush in India, otherwise it’s hell. Each day a new surprise, and something new to go with it.

I’ve left Europe 12 days ago. It looks like ages ago, already. So much I have seen and so much has happened. Well, that’s what I feel . Each day is so damned powerfully f-u-l-l.

Happy New Year folks! And … cheers!!!

S

Connesso

In una foresta di eucalipti, Corsica. Tronchi centenari si stagliano alti. E’ notte, circa le tre del mattino.

Fuori una bufera di lampi e tuoni. 

Dentro la mia nuova piccola casa mobile , il mitico T4 westfalia , dentro il letto .

Sento le vibrazioni del vento, vedo i lampi della bufera illuminare l’interno, il frusciare potente rami e delle foglie sopra di me. Nell’aria un potente e inebriante odore di eucalipto. Lampi , tuoni, vento. Ecco la pioggia. Mi alzo e corro fuori per togliere i panni stesi al vento. E’ un attimo. Mi investe Una valanga di acqua all’eucalipto. Bagnato fradicio rientro dentro . Mi asciugo come posso e mi ricaccio sotto il lenzuolo. Antonella dorme con i tappi nelle orecchie e la mascherina. Non si accorge di niente. 

Apro le tendine. Apro un po’ il finestrino. Caccio fuori il naso e gli occhi. E godo come un matto. 

Sono senza telefono e senza wifi da qualche giorno . Sto riconquistando la connessione col mondo esterno che la tecnologia ci sottrae giorno dopo giorno in silenzio. Tra qualche minuto stacco questa connessione temporanea trovata in un bar, e andremo a cercare una strada che porta su quella spiaggia strepitosa vista dalle strada. 

Connesso, adesso. Ma tra breve di piu’. Anzi meglio.

 

Giungleggiamo?

L’altro giorno sulla spiaggia al tramonto in mezzo al circo umano di folli che si incontrano sulla spiaggia al tramonto passava un tipo vestito di bianco, non so di che nazionalità fosse, so solo che imitava il cinguettio dii diversi uccelli , guardando il cielo, e ne imitava anche le movenze, in modo mooooolto teatrale. Ciiiiip cicicip cicip ciuuuup …. e dagli di saltello laterale …. ciup ciuuup ciup …. biribiribiri biribiri …. e vai giù per terra …turuturuturuuuuuu ….

L’altro giorno sulla spiaggia al tramonto in mezzo ai giocolieri e funamboli di mille tipi ce n’era uno che si dedicava alla danza classica sui trampoli (sulla battigia) indossando una cuffia fucsia per ascoltare musica. Hop hop hohop. Tutto come in un balletto. Hop hoooooohop …. saltello con calcione in avanti  …. hohooop!

L’altro giorno mentre camminavo ho visto un signore indiano tranquillissimo con un tubo lunghissimo verde appoggiato all’orecchio un tubo che andava susususu in alto,  fino al tetto, al settimo piano. Ho guardato in alto, e non ho capito cosa diavolo stesse facendo. L’ho guardato con occhio interrogativo e lui ha scosso la testa, come fanno gli indianini,  tanto per farmi capire che era tutto normale. Gira voce tra i locali che lo fa spesso. Io se lo rivedo col tubo verde nell’orecchio che ascolta il tetto corro sul tetto a vedere dove finisce il tubo. Giuro. Ho anche una ideuccia malsana su cosa fare nel tubo….

L’altro giorno ho visto una giovane mamma russa bellissima, ma bellissima, ed altre mamme russe tutte incinte, ed ho scoperto che facevano tutte un corso preparto qua ad Arambol . L’ho trovata una cosa bella, ma poi ho visto diverse mamme incinte tutte bellissime e tutte con la solita espressione di buddità …. con la sigaretta in bocca! Eccheccazzo nooooo ….

L’altro giorno mentre leggevo all’Arcan Bar e bevevo un ginger lemon tea with honey ho sentito un boato proveniente dal retro e sono andato a vedere cosa fosse. Era davvero assordante e c’erano trenta quaranta persone tutte insieme in uno spazio aperto sotto le palme che bofonchiavano e sibilavano e ruggivano e si dimenavano tutte come animali in gabbia. Ho scoperto che era una sessione di  ‘Jungling’ (Giungleggiamento) e mi è venuto da ridere all’idea del ‘giungleggiamento di massa’, ma non potevo ridere perchè si prendevano tutti terribilmente sul serio. Mi è venuto da ridere lo stesso …

L’altro giorno mentre camminavo lungo la zona del mercatino mi è passato accanto di corsa uno seminudo e scalzo e con la pelle verde fosforescente. Si era fatto i fanghi là, dietro il promontorio, allo sweet water lake, dove i fanghi hanno questa caratteristica di colore quando il fango si secca. Si narra anche che i fumi dei fanghi solforei o sulfidici o acidi possano dare alla testa prima di seccarsi. Si narra.

L’altro giorno mi è passato accanto uno vestito da elfo che andava a passo spedito non si sa dove  …

L’altro giorno volevo fare benzina alla moto ma il benzinaio più vicino era a 53 km. Allora mi sono fermato ad un bar e mi hanno fatto il pieno con bottiglie di plastica riempite di benzina che avevano sotto il bancone. Il barista mentre riempiva il serbatoio fumava allegramente una sigaretta . Fumava.

Adesso alzo la testa e mi accorgo di essere seduto sotto un groviglio di fili elettrici a 3 metri d’altezza sopra la mia testa. Se ne prende fuoco uno sono spacciato.

Meglio spostarsi ed andare a dormire và. Che qua fuori c’è una meravigliosa gabbia di matti. Ma guai a dimenticarsi di lasciare acceso il cervello : si corre davvero il rischio di non sapere più cosa inventarsi per essere originali e sviluppare nevrosi senza più ritorno.

Una Sillaba … Due Sillabe … Tre Sillabe …

MIR era un avvocato civilista con i fiocchi, sottile, audace, indagatrice, caustica, paladina degli animali. Donna bellissima, mezza danese, capelli lunghi, gambe mozzafiato. Quando si metteva il tacco alto levava il fiato a vederla camminare, ma preferiva sempre vestirsi semplice, senza fronzoli. Occhi indagatori, si capiva subito che era donna di carattere. La notte di San Valentino la hanno trovata distesa accanto al letto, occhi sbarrati, paralizzata ormai da molte ore. Li per li’ credevano fosse morta, che fosse una tossica che era andata in overdose. Dopo un po- le hanno finalmente fatto una Tac, ed allora si sono accorti che il problema non era la droga. Le hanno aperto la testa, una due tre quattro più volte nel corso dei mesi. Ed hanno dovuto anche asportare.

Ho rivisto MIR qualche settimana fa. Camminava al sole col suo amato cane, capelli cortissimi, bella come sempre. ‘Volevo chiamarti, ma non sapevo come dirti cosa mi è successo in questi mesi.  Sono cose difficili da raccontare per telefono. Ancora non riesco a leggere e scrivere bene. Non posso più lavorare. Ho dimenticato tutta la mia Giurisprudenza. E vabbè. Fino a qualche settimana fa non potevo neanche camminare. Ma sto migliorando giorno dopo giorno‘. ‘Per me sei più bella di sempre‘ , le ho risposto. Ed era vero. Ci siamo riproposti di sentirsi presto, e la ho salutata con una abbraccio forte. Era felice. Anche io ero felice di rivederla e sapere che stava bene dopo quell’inferno.

Stasera siamo andati a bere un bicchiere di vino insieme. Lontano dalla folla e dai rumori forti. Poi ti spiego, mi ha detto per telefono.

Ci siamo seduti in un angolo esterno di un locale del centro storico, lontani dal vociferio voluminoso e dalla musica alta. Le ho chiesto di raccontarmi la sua storia , se ne aveva voglia. Volevo sopratutto sapere come stava, ma anche di sentire la storia di qualcuno  che aveva una vita che non c’era  più, perchè era successo qualcosa che gliela aveva portata via. Come la formattazione di una parte dell’hard disk. Mi domandavo se l’eliminazione di strati di informazioni accumulate negli anni ti trasformano in un altro. Mi domandavo cosa succedeva a quella che noi chiamiamo ‘personalità’ se cancelliamo qualcosa del nostro passato. Mi domandavo se l’eliminazione di vissuto potrebbe farci svegliare in un persona diversa da quella di prima. Strane domande, lo so. Ma il fattore scatenante era che MIR sembrava cambiata. Non nel fisico, ma nei modi. Profondamente cambiata. E come poteva non esserlo con tutto quel dolore vissuto ed ancora reale ? Volevo ascoltare.

Ha cominciato a raccontare. Nel suo racconto ho trovato tutte le sfumature dell’horror, del noir e della commedia a lieto fine. Ma era vita vissuta, e non un film. Nella sua voce l’emozione, il nervosismo di chi ha vissuto il dolore e l’assurdo sulla propria pelle. E la gioia di poter raccontare. Spesso si è bloccata per cercare la parola che sapeva ma che non ricordava, proprio lei, maestra del linguaggio articolato e dotto. Spesso si fermava per scrivere col dito sul tavolo e sillabare la parola, con fatica. Non voleva il mio aiuto. Voleva riuscire da sola.   

Ho informato per telefono molte persone che mi sentivo male quel pomeriggio, ma nessuno mi ha creduto. Pensavano tutti che fosse stress da single per il giorno di San Valentino. Ti immagini? All’improvviso mentre ero sul letto sono caduta per terra, pancia in giù, e non potevo più muovermi. Avevo il cellulare ad un metro da me, ma non potevo muovermi. Lo vedevo ma non potevo muovere un dito. Passavano i minuti e le ore, ero perfettamente lucida e cosciente, ma non potevo muovermi. Il cellulare li’ davanti a me. Non potevo neanche chiudere gli occhi per non vederlo.

Mi avevano data per spacciata. Ero in coma. Poi piano piano sono riemersa. Non so da cosa ma sono riemersa. Stavo bene quando ero in coma. Stavo benissimo. Davvero. Ho fatto una gran fatica a riemergere, quello è stato faticoso. Davvero molto faticoso. Non so perchè l’ho fatto, ma sono dovuta tornare fuori.

Dopo qualche settimana di ospedale ero sua una sedia a rotelle. Dopo qualche settimana ancora ho iniziato a parlare. Hanno chiamato subito a casa mia quando ho iniziato a parlare : blateravo in una lingua a loro sconosciuta. Parlavo in danese e nessuno capiva una parola di quello che dicevo. Loro non lo sapevano, ma io parlavo il danese, la lingua della mia mamma‘.

Le brillano gli occhi.

Mi immaginavo la scena. Paziente esce dal coma e si sveglia blaterando una lingua incomprensibile. Immagino la faccia degli infermieri . Mi ricordava una scena de L’Esorcista. Le ho chiesto se hanno usato l’acqua santa per scacciare il demonio che era in lei. Abbiamo riso. 

I geni usano solo il 18% del proprio cervello. Una persona normale solo l’11 o il 12% al massimo. A me ne hanno tolto un pezzo. Adesso sto imparando a sillabare parole piu’ lunghe. Non e’ facile, sai? . E piano piano sta ritornando anche l’inglese. Forse anche meglio di prima. Con un pezzo di cervello in meno parlo già quasi tre lingue : danese , italiano, inglese. E può solo migliorare. Non male dai!

Non sopporto questi film in televisione dove ci sono medici e dottori che curano casi disperati, come anche le storie di omicidi. Mi fanno stare male. Sono già stata male abbastanza. La prima volta che sono stata ancora molto male però è quando mi hanno portata al supermercato. E’ un posto da incubo. Non ricordavo neanche cosa volesse dire fare la spesa. La spesa? E cosa vuol dire? ho chiesto. E tutta quella gente che ti corre accanto e ti passa dietro e davanti quasi di corsa. Mi mette angoscia, primo per il fatto che corre, e poi per il fatto che io non posso cadere se mi urtano. Non posso. Il mio equilibrio è tornato in vita da poco, ed è ancora un pò precario. Se cado non mi rialzo. Ho paura di cadere. Non sento la parte destra del corpo. E’ completamente atrofizzata. L’altro giorno mi hanno portata dal dentista per una otturazione ad una dente sulla parte destra della bocca ed il dentista mi ha chiesto se volevo l’anestesia, per tranquillità. Mi ha fatto ridere. Faccia faccia gli ho detto. Dalla parte destra sono tranquillissima.

Ero li’ ad ascoltarla, a bocca aperta. Mi veniva da ridere alle sue parole. Avevo quasi le lacrime agli occhi. Rideva anche lei.

Ma la cosa più bella è che sono viva, che sono ancora qua, che ci sono, che ho un’altra possibilità in questa vita.  Non so cosa farò, se riuscirò a fare quello che facevo prima. Forse no. Mi inventerò qualcos’altro. Non lo so. E’ un miracolo che dopo una paralisi cosi’ lunga riesca a fare quello che faccio. Sto migliorando giorno dopo giorno sillaba dopo sillaba passo dopo passo. Per adesso le parole con tre sillabe sono difficilissime. Difficilissime! La settimana scorsa pero’ lo erano quelle da due. Ma a forza di provare all’improvviso quelle da due erano facili facili.

Io vado spesso in piscina, le ho detto. Se vuoi ci andiamo insieme. Chiedi alla fisioterapista se puoi venire e se ti fa bene. Io so che la piscina aiuta moltissimo. E’ bello il contatto con l’acqua. E poi è un bel posto , c’è una bella luce. Sono sicuro che ti piace.

Con piacere! Però io non ho voglia di nuotare nuotare nuotare. A me piace galleggiare, e guardare in alto. Come si chiama? Ah si ! Si dice ‘fare il morto’, giusto? (Ride)

MIR ride.

Evviva Evviva Evviva MIR!!!